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Biennale Architettura, un Padiglione Italia che si fa rete di relazioni umane

THE PLAN dialoga con il collettivo Fosbury Architecture, curatore del Padiglione Italia, e con Flos, che ha firmato il progetto di illuminazione

Fosbury Architecture

Biennale Architettura, un Padiglione Italia che si fa rete di relazioni umane
Scritto da Redazione The Plan -

Spaziale. Ognuno appartiene a tutti gli altri. Hanno voluto chiamarlo così il proprio Padiglione Italia i giovani del collettivo Fosbury Architecture, un progetto che racchiude in sé l’anima stessa dei ragazzi (Giacomo Ardesio, Alessandro Bonizzoni, Nicola Campri, Veronica Caprino e Claudia Mainardi), ovvero la volontà di essere e di creare una rete, ma che si fa portatore anche di un messaggio di speranza verso un cambiare rotta a favore di una vita sul Pianeta più sostenibile. Soluzioni facili per affrontare il cambiamento climatico non vi sono, ma è proprio questa questione a essere sottotraccia di tutti gli interventi e le installazione promosse dallo studio. La loro curatela, del resto, è voluta andare oltre i confini più tradizionali della 18. Mostra interazionale di Architettura, disseminando le proprie idee su tutto il territorio nazionale a partire dall’inizio del 2023 con un progetto a sua volta denominato Spaziale.

In entrambi i momenti del progetto torna dunque il termine “spaziale”, inteso dai ragazzi in un’accezione ben precisa: «Lo spazio è inteso come luogo fisico e simbolico, area geografica e dimensione astratta, sistema di riferimenti conosciuti e territorio delle possibilità»; un’architettura, in altre parole, non come fine ma come mezzo per progettare un spazio-tessuto di relazioni, di vite e di umanità.

Fondamentale nel progetto del Padiglione Italia all’Arsenale di Venezia la collaborazione con Flos, che ne ha firmato il progetto di illuminazione: per l’illuminazione della prima Tesa, uno spazio completamente vuoto in cui enormi proiezioni aiutano il visitatore a comprendere la mostra, Flos ha scelto un’illuminazione d’ambiente poetica e sofisticata, utilizzando vari moduli di Luce Orizzontale, le splendide sospensioni modulari in vetro disegnate da Ronan e Erwan Bouroullec. Caratterizzate da una sintesi di artigianalità e tecnologia, creano un contrasto poetico tra l’eleganza del vetro stampato e il carattere industriale dello spazio circostante. Per l’allestimento della seconda Tesa, l’area che raccoglie i nove progetti, Flos ha messo a disposizione dei curatori la propria esperienza tecnica e i più avanzati prodotti per luce architetturale per finalizzare un sistema di illuminazione drammatico e funzionale al tempo stesso, caratterizzato da una particolare flessibilità nella disposizione e nell’orientamento dei proiettori. Questi ultimi, compatti e discreti, scompaiono nell’architettura, creando taglienti coni di luce sui contenuti esposti. Da un’altezza di oltre sette metri è importante avere una grande efficienza e portare degli accenti di luce solo dove necessario. L’effetto è di una luce puntuale e calibrata per enfatizzare gli oggetti senza disperdere luce nel contorno e per migliorare il contrasto con l’ambiente circostante e i grandi schermi divulgativi.

THE PLAN ha dialogato con Fosbury Architecture e con Barbara Corti, Head of International Marketing di Flos.

Padiglione Italia, Fosbury Architecture ©Delfino Sisto Legnani, Courtesy of Flos

Fosbury Architecture, per prima cosa, come vi sentite in questi giorni di apertura della Biennale e cosa vi aspettate anche da un punto di vista emotivo?
«Questi giorni sono per noi un po’ una festa, una tappa di un processo iniziato ormai da alcuni mesi; ed è quindi il momento per festeggiare con tutte le persone coinvolte. In alcuni casi, alcune di loro si stanno incontrando per la prima volta proprio in questi giorni, poiché le installazioni che hanno preceduto la Mostra vera e propria sono state diffuse su tutto il territorio nazionale. Per la prima volta, in altre parole, abbiamo l’overview completa. L’auspicio è che il messaggio e la volontà di creare nuovi progetti capaci di andare al di là dei confini più usuali della Mostra possano essere compresi e apprezzati nella loro totalità».

Barbara Corti, cosa rappresenta per voi questa partecipazione al progetto di illuminazione del Padiglione Italia?
«Una partecipazione totalmente passionale e di completo supporto a Fosbury Architecture in virtù della loro stessa identità. Abbiamo abbracciato per prima cosa il progetto e l’essere un collettivo di giovani ragazzi: un binomio perfetto, perché i progetti collettivi sono quelli che più ci attraggono e che più rispondono a una modalità di progettazione a nostro avviso molto contemporanea. La complessità, in questo momento, è talmente alta che il ritorno al progetto collettivo, nato in realtà negli anni Settanta, è il giusto modo di unire le competenze necessarie nel mondo dell’oggi. Prima di questo appuntamento avevamo già lavorato insieme un anno fa per Orobia e, in particolare, per i workshop dedicati agli studenti della Domus Academy. Una collaborazione che i ragazzi di Fosbury Architecture ci hanno proposto a loro volta nel momento in cui sono stati selezionati quali vincitori per la progettazione del Padiglione Italia. L’idea ci è piaciuta subito, anche perché è assai complessa e articolata: il lavoro, diffuso sul territorio, è cominciato molto prima dell’inaugurazione vera e propria della Biennale e continuerà ancora».

Padiglione Italia, Fosbury Architecture ©Delfino Sisto Legnani, Courtesy of Flos

Fosbury Architecure, avete concepito il vostro progetto per il Padiglione Italia in due momenti, con una prima fase disseminata sul territorio nazionale e con più installazioni e interventi per poi arrivare a questo momento culminante. Un progetto diffuso, una rete di persone dunque, come siete un gruppo giovane voi stessi fondatori dello studio: questo approccio rispecchia in qualche modo l’idea che avete di mondo?
«Assolutamente sì. I partecipanti sono tutti membri di una generazione di cui noi ci sentiamo completamente parte. In questo processo ci siamo sentiti mediatori tra le parti, dunque per nulla al di sopra degli altri ma al pari di tutti i protagonisti del gruppo. Ed è proprio per questo che siamo fortemente convinti dell’importanza di dare loro uno spazio e una scena internazionale, con anche una certa urgenza: sono espressione di un modo un po’ meno convenzionale del fare architettura, che non deve essere concepita solo nel suo essere manufatto quanto piuttosto come un processo ben più ampio».

Barbara Corti, su cosa avete puntato in primis voi di Flos per valorizzare, attraverso la forza dell’illuminazione, questo progetto e di conseguenza questa filosofia?
«Il nostro obiettivo è stato quello di creare le condizioni per dare libero spazio alla creatività e all’esposizione dei progetti. L’effetto finale dell’allestimento l’abbiamo scoperto solo all’ultimo: sapevamo che ci sarebbero stati sicuramente alcuni elementi e per questo è stato fondamentale lasciare ai ragazzi massima espressività. Il nostro contributo è stato dunque nella direzione di un supporto alla loro creatività, fornendo dei prodotti con caratteristiche molto ben definite ma allo stesso tempo capaci di essere un aiuto reale ed espressivo agli architetti. È così che, a seconda del progetto e dell’ambiente nel quale vengono applicati, i prodotti assumono una diversa interpretazione. In altre parole, un’illuminazione che diventa parte di una soluzione, sia essa di tipo decorativo, applicativo o architetturale. Anche in questo caso la nostra soluzione non è solo un qualcosa di tecnico, ma ha in sé un qualcosa in più: ha la magia, ha la tecnologia, ha uno spazio di interpretazione».

Padiglione Italia, Fosbury Architecture ©Delfino Sisto Legnani, Courtesy of Flos

Come avete vissuto il percorso, voi ragazzi di Fosbury Architecture, che vi ha portato fino a qui e cosa più vi ha colpito delle esperienze vissute?
«Ogni progetto è stato un vero e proprio mondo a sé, una realtà a parte. La cosa più emozionante è stata forse la possibilità di lavorare immersi nei vari luoghi, perché ognuno di questi ha delle peculiarità incredibili, a partire dal tessuto di relazioni che va a definirlo come un mondo unico. La potenza di entrare nei luoghi è stata dunque la possibilità di comprenderne le necessità, di rispondere a rispettive esigenze locali e di creare dei meccanismi generativi positivi».

Se doveste abbinare tre aggettivi al progetto culminante Spaziale. Ognuno appartiene a tutti gli altri quali scegliereste?
«Un progetto sicuramente collettivo, capace di muovere verso azioni concrete e di speranza. Questo perché crediamo sia giunto il momento di cambiare rotta, a partire dalla professione: l’autorialità non può rimanere nelle mani di una sola persona, ma è necessario dare vita a collaborazioni molto forti tra colleghi, a vere e proprie cordate di mutua collaborazione».

Padiglione Italia, Fosbury Architecture ©Delfino Sisto Legnani, Courtesy of Flos

A proposito del cambiare rotta, non posso non chiedervi a vostro parere cosa potrebbe fare l’architettura, gli architetti e i designer per affrontare il cambiamento climatico?
«In realtà non crediamo di avere una risposta. Quasi non ce l’hanno gli scienziati, quindi sarebbe per noi arrogante poter dire di avere la soluzione. Quello che però abbiamo provato a fare, proprio a partire dai nove progetti precedenti la Mostra, è stato portare in luce il cambiamento climatico, che è sottotraccia di ognuno di essi. Uno dei modi con cui si potrebbero affrontare tali questioni è quello di un approccio non su macroscala, ma locale: cosa si potrebbe fare in ogni singolo territorio? Ciò significa partire dal basso, dalle piccole azioni, cercare di capire le necessità di ogni angolo più che sperare in un protocollo d’azione calato dall’alto e applicabile ovunque. Ma alla base di tutto ci deve comunque essere la volontà dell’architettura di dialogare e di collaborare con le altre discipline. La macroscala, in definitiva, non è alla nostra portata, ma si può puntare a progetti ad hoc per ogni luogo e per ogni contesto».

Essere i curatori del Padiglione Italia di un’edizione la cui attenzione è rivolta in primis all’Africa come ha inciso sul vostro lavoro? È un valore aggiunto?
«Certo ed è stato soprattutto interessante comprendere come il progetto curatoriale di Lesley Lokko fosse fin da subito assolutamente affine al nostro. Un discorso che, sebbene rivolto ad altri territori, è valido in termini di attitudine e di approccio. Partendo dal presupposto che il nostro Padiglione è completamente calato in un cotesto italiano, abbiamo cercato comunque di renderlo un vero e proprio laboratorio, ancora prima che del futuro, del presente».

Padiglione Italia, Fosbury Architecture ©Delfino Sisto Legnani, Courtesy of Flos

Barbara Corti, quali le vostre aspettative per questa Biennale anche in relazione al futuro dell’azienda?
«Per prima cosa credo che ci si debba porre la domanda sull’utilità di eventi come la Biennale o come le fiere: a tratti potrebbero sembrare anti-storici. Una risposta certa non mi sento di poterla dare, ma è chiaro come lavorare sul futuro sia una responsabilità imprescindibile di tutti, a partire anche dalle aziende che producono “oggetti” in senso lato. Porsi domande, sebbene sia a volte molto faticoso, credo sia fondamentale: un evento dovrebbe accompagnare in questa direzione, poiché ogni domanda getta ponti che non sono altro che il modo con cui vengono affrontati temi quali la sostenibilità, la progettazione a basso impatto ambientale. La partecipazione a un evento come la Biennale ci pone dunque nelle condizioni di fare propria un’attitudine molto contemporanea a quesiti verso il domani, a ciò che sta succedendo nel mondo. Ci si porta a casa sempre qualcosa, ci si mette in gioco: dal punto di vista di un’azienda è importante riuscire a portare al proprio interno ogni singola sfida, ogni sollecitazione per arrivare a un prodotto finale al passo con la contemporaneità. Il tutto senza rinunciare ovviamente alla propria identità».

Concludendo con Fosbury Architecture, come vorreste portare avanti questo progetto nel futuro?
«Alcuni progetti hanno già un respiro futuro, ma l’auspicio è che questi nove progetti pilota possano diventare molti di più, così da aiutare l’Italia a diventare un vero laboratorio e da coinvolgere anche altri luoghi che in questa prima fase non siamo riusciti a coinvolgere».

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Credits

Photography by Delfino Sisto Legnani, courtesy of Flos

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